Lo hanno torturato – forse per ore – e infine dato alle fiamme. Bruciato, quasi incenerito, con una catena girata due volte stretta intorno al collo. L’ennesima orribile fine di uno dei tanti randagi senza nome di Palermo. Il macabro ritrovamento, alla foce del fiume Oreto in via Messina marine. Il luogo appartato, insieme all’aspetto rituale della scena, fanno pensare all’azione di più persone. “Lì per lì ho pensato si trattasse dei resti di un falò – dice il malcapitato passante che ha segnalato il fatto – ma poi mi sono trovato davanti il ghigno di quel povero cane. Era evidente che doveva avere sofferto molto prima di morire”.
L’uccisione di animali, in questo caso aggravata da maltrattamenti e crudeltà, secondo la legge italiana è punibile con la reclusione fino a due anni. Il fatto è stato denunciato ai carabinieri. Ancora una volta nel capoluogo siciliano si è consumato un atto di assurda e raccapricciante cattiveria contro un animale indifeso. Non è la prima volta infatti che dei balordi danno fuoco ad un cane per un soddisfare un inspiegabile, disumano, bisogno di ferocia. Cuccioli bruciati vivi, cani che vengono fatti saltare in aria con grossi petardi: la cronaca cittadina non risparmia racconti di gesta vigliacche compiute da branchi di esseri umani.
La denuncia arriva proprio nello stesso periodo in cui un gruppo di volontari animalisti segnala la sistematica uccisione, per mezzo di polpette avvelenate, di decine di cani e gatti a Trappeto, un paesino non distante da Palermo. Allo scopo di sensibilizzare i cittadini alla causa e chiedere ai sindaci di mettere in pratica le leggi che tutelano gli animali, i volontari organizzeranno una mostra, in collaborazione con la Mondadori di via Ruggero Settimo, che sarà presentata a breve in una conferenza stampa.
A guardarlo viene voglia di comprarsi una bici. Fra pochi giorni sarà il suo sessantesimo compleanno ma la sua è l’energia di un ragazzino. Pino Cassarà, l’unico postino palermitano che abbia mai chiesto di utilizzare la bicicletta come mezzo di trasporto per lavorare, da oggi è in pensione.
Anche se il servizio a due ruote è molto diffuso fra i postini nell’Italia del nord e in tutta Europa, a Palermo l’uso della bici è spesso scoraggiato. “Non è stato facile ottenere una bicicletta ufficiale delle poste, inizialmente utilizzavo la mia – racconta Pino – Il fatto è che nessuno qui l’aveva mai chiesta come mezzo”. Non è il solo andare in bici, ma farlo portando centinaia di lettere e dei pacchi a volte piuttosto pesanti. “I primi tempi i miei colleghi mi credevano pazzo, ma non è faticoso, basta organizzarsi con il lavoro; a Palermo non c’è cultura della bicicletta”.
In effetti, uno dei principali motivi che dissuadono dall’utilizzare una bici è il selvaggio traffico palermitano. I ciclisti a Palermo rischiano grosso per la mancanza di piste adeguate. E così, anche chi opterebbe volentieri per un mezzo ecologico che consente anche di tenersi in forma, deve rinunciare per il timore di farsi male. “Servirebbero delle vere corsie per le bici, non come quelle realizzate anni fa che finiscono nel nulla oppure contro un’edicola di via Libertà. Bisogna sempre tenere gli occhi bene aperti, a Palermo gli automobilisti guidano come se i ciclisti non esistessero”.
Secondo Pino, la maggior parte dei postini potrebbe essere in grado di svolgere la propria attività in bici, “quello che manca è la volontà. Da qualche tempo a questa parte però le poste italiane stanno incentivando almeno l’uso di quelle elettriche, principalmente nei centri storici, per ridurre l’inquinamento. Visto che lo sforzo non è molto, magari qualcuno si convincerà. Io comunque resto l'unico volontario finora, c'è anche un'altra ragazza che ha scelto la bici come mezzo perché non sapeva guidare né auto né motorino ma non la usa, preferisce consegnare la posta andando a piedi” (segue)
Per la prima volta nella storia, un uomo sarà stato felice di essere in carcere piuttosto che a casa. Pensa il sollievo del cittadino extracomunitario, arrestato appena il giorno prima, quando gli hanno comunicato che buona parte della palazzina in cui abitava a Palermo è andata giù all'improvviso.
Sempre che questo inquilino straniero esista davvero. Nessuno nel quartiere lo ha mai visto e, a giudicare dalle condizioni dell'edificio crollato, sembra improbabile che qualcuno potesse abitare lì. Forse qualche senza tetto vi aveva trovato un riparo, non certo un'abitazione.
Impegnati a mettere in sicurezza la zona, gli operai che lavorano intorno all'area del crollo in via Savona, alle spalle di piazza Magione, non sanno dire se anche quel che rimane della palazzina di quattro piani sia a rischio. Non sanno dire neppure se sia in pericolo l'edificio adiacente, anch'esso mal messo e parzialmente in rovina.
L'unica vittima accertata di questo crollo è dunque l'auto coinvolta. Fa tristezza quella mini grigio metallizzato seppellita da grossi massi, i finestrini sono letteralmente esplosi nell'impatto. Anche pensare al proprietario della macchina mette una certa tristezza.
Crollano gli edifici a Palermo ma nessuno si fa male, o quasi. L'ultima volta, appena poche settimane fa, l'improvviso cedimento di una palazzina in ristrutturazione ha messo in pericolo la vita di alcune persone nel quartiere Capo. Intrappolati nella taverna su cui si sono abbattuti i detriti, i malcapitati sono stati salvati da due ragazzi del posto. E' andata bene: molta paura ma nessun ferito (segue)
Che coincidenza. Al DocPoint di Helsinki, uno dei più importanti festival europei del documentario, trionfa il film “Loro della munnizza” e, come per magia, Palermo si trova nuovamente sepolta in un mare di rifiuti. Poi non dite che i siciliani non sanno come farsi pubblicità.
Sembra che nella civilissima Finlandia, dove gli inceneritori non esistono e la munnizza si vede solo al cinema, tutti vogliano sapere che cosa accade a Palermo. “Vedere la sala piena per il documentario sui rifiuti mi ha lasciata di stucco – racconta Elisa A., siciliana che vive nella capitale finlandese - Qui a Helsinki sono tutti molto interessati alla spazzatura palermitana”.
Il pluripremiato lungometraggio, realizzato nel 2010 e presentato con successo all'undicesima edizione dell'Helsinki Documentary Film Festival appena conclusa, racconta le vite dei “cenciaioli” di Palermo che da generazioni riciclano materiali raccolti dalla spazzatura. Nel 2009, con la crisi della gestione del ciclo dei rifiuti, la proclamazione dello stato d’emergenza ha reso fuori legge chiunque venga sorpreso a trasportare immondizia. Ma senza fare distinzione tra inquinatori e professionisti del riciclo.
Come mai i finlandesi, all’avanguardia in Europa per metodi di raccolta e di trasformazione dei rifiuti, si interessano tanto a ciò che accade all'estremo sud del continente? “Qui il tema spazzatura è di moda - spiega Elisa - L'ultima frontiera è la munnizza e giocarci fa sentire tutti più artisti” (segue)
Il cartello è una beffa: “Divieto categorico di abbandono dei rifiuti” e a due passi c'è una delle discariche più imponenti della città. Sì, in pieno centro, sì a pochi metri dalle abitazioni. Sembra incredibile, ma è Palermo.
Documentare le installazioni "creative" di spazzatura e oggetti abbandonati in città è un impegno potenzialmente infinito. Ma è nato prima il palermitano o la munnizza? Ovvero: è colpa dell'amministrazione comunale incapace di tenere le strade pulite o è colpa di persone incivili che impediscono il mantenimento di uno stato decoroso in tutti i quartieri della città?
Quella di Palermo con la sporcizia è una vecchia relazione. Persino Goethe nel suo “Viaggio in Italia” racconta della settecentesca spazzatura palermitana. Da allora non è cambiato nulla: piuttosto che pretendere la pulizia delle strade, ci si affida all'intervento di santa Rosalia.
Agli occhi di un viaggiatore Palermo può sembrare esotica, misteriosa. E' una città che promette avventure inaspettate e cose mai viste non appena ci si allontana dalle strade segnate sulle mappe turistiche, non appena ci si inoltra nel suo “ventre”. Se alcuni turisti sembrano inorriditi dalle discariche a cielo aperto e non mettono piede in zone che giudicano poco pulite e poco rassicuranti, altri vanno proprio alla ricerca del disastro perché lo trovano caratteristico e amano constatare fino a che punto, nel Ventunesimo secolo, si possa assistere a spettacoli da terzo mondo nel cuore di una città europea.
I residenti provano senz'altro meno entusiasmo dei turisti, soprattutto quando abitano a piano terra e devono difendersi dalle legioni di topi che trovano un perfetto riparo fra spazzatura e cianfrusaglie (segue)
Ne è passata di acqua sotto i ponti. Dai racconti di Casanova ai film di Rodolfo Valentino, le citazioni colte del maschio italico oggi sembra si siano ridotte alla filmografia, seppur completa, di Lino Banfi. Anni di bombardamento televisivo, fra b-movies, Drive in, veline e bunga bunga hanno dato un colpo di grazia al proverbiale fascino dell'amante italiano.
Può ancora valere lo slogan “Italians do it better” reso celebre dalla maglietta che Madonna indossava negli anni '80? Che cosa è rimasto del mito del latin lover oggi? La totale divergenza delle opinioni sull'argomento dipende da un semplice dato: il genere. Se da un lato gli uomini sostengono che il loro fascino mediterraneo rimane intramontabile, dall'altro le signore (connazionali e non) avvertono che il mito è ormai irrimediabilmente svanito.
Quando si parla di sesso è sempre più prudente dare la parola alle donne. E' nota infatti la scarsa attendibilità dei maschietti sull'argomento e noti sono i fantasiosi racconti con gli amici a conclusione della partita di calcetto settimanale. Secondo un recente sondaggio, condotto su un campione di oltre mille donne straniere, la reputazione del seduttore tricolore non è più quella di una volta. Gli italiani sono giudicati troppo infantili e sembra abbiano perso il proprio savoir faire.
Il mito di Casanova è sopravvissuto per oltre due secoli e adesso l'unica cosa che viene in mente pensando all'uomo italiano sono le esotiche immagini delle notti del bunga bunga (segue)
Tranquilli, c'è ancora tempo per farsi le canne. Contrariamente a quanto diffuso nei giorni scorsi da alcuni quotidiani nazionali, sembra essere falsa la notizia dell'imminente chiusura dei coffee shop di Amsterdam.
I turisti della cannabis possono tirare un sospiro di sollievo: il governo olandese ha infatti deciso di rimandare l'introduzione del “weed pass”, un documento rilasciato ai soli residenti, che di fatto impedirà ai semplici visitatori di acquistare hascisc e marijuana nei locali preposti alla vendita.
Gabriella F., una siciliana che lavora da anni in uno dei più noti coffee shop della capitale olandese, conferma che “la notizia non è vera, qui ad Amsterdam, almeno fino al 2013 non servirà alcun pass”.
Il provvedimento di limitazione della celebre politica di tolleranza entrerà in vigore nel maggio 2012 per le città di frontiera, a sud dell'Olanda. Secondo il ministro della Giustizia Ivo Opstelten questo dovrebbe porre fine al via vai dei quasi quattro milioni di cittadini francesi, tedeschi e belgi che ogni anno attraversano il confine con l'esclusivo intento di acquistare della droga.
La prima città ad avere adottato il sistema del weed pass è Maastricht. In soli tre mesi dall'entrata in vigore, la città ha perso il 16 per cento dei suoi turisti e un vero e proprio patrimonio in entrate. La delibera non ha mancato di suscitare polemiche e dubbi, anche perché è noto che i cittadini olandesi non sono mai stati assidui frequentatori dei coffee shop: via i turisti, per la prospera economia della canna non c'è futuro.
La cannabis, diversamente da ciò che si pensa comunemente, non è legale in Olanda come non lo è negli altri paesi. Coltivazione, uso e vendita sono tollerati, fino a che non superano modeste quantità: un privato può coltivare a casa – e in maniera del tutto naturale - fino a cinque piante, così come nei coffee shop si possono acquistare solo pochi grammi di “erba” (segue)
Indossare pellicce di animali è forse giustificabile se si vive in Siberia, lo è decisamente meno quando si può godere del clima mite della California. Il consiglio comunale di West Hollywood ha votato un provvedimento per vietare la vendita di pellicce e di ogni altro genere di vello animale. Se approvata in via definitiva, la legge entrerà in vigore nel giugno del 2012.
La notizia, com’era prevedibile, ha suscitato reazioni accese e contrastanti: da una parte quelle entusiastiche degli attivisti per i diritti degli animali, dall’altra quelle ferocemente polemiche di chi con pelli e pellicce realizza una fortuna.
Il presidente della Camera di commercio di West Hollywood Genevieve Morrill si è subito lamentata, in un’intervista al New York Times, del fatto che provvedimento avrebbe potuto “diminuire l’importanza della città come capitale della moda”. Mentre Keith Kaplan, manager del Fur Information Council, si è dichiarato addirittura “scioccato dal fatto che il consiglio comunale si sia lasciato condizionare dagli interessi di un gruppo di estremisti”.
In realtà il disgusto verso i capi realizzati con pellicce animali non è una questione da estremisti, ma un sentimento molto più diffuso. L’idea imposta dalle case di moda che indossare la pelliccia di un animale sia trendy si oppone alla visione di molti amanti della natura, secondo i quali le signore impellicciate assumerebbero il famigerato aspetto di Crudelia De Mon... (segue)
Il giudizio presuppone superiorità morale. Molti fra coloro che oggi scrivono indignati di bunga bunga e zoccole di Arcore in realtà considerano le donne come merce e le trattano esattamente come farebbe il maiale del consiglio, se non peggio.
Non ci vuole poi molto a sentirsi moralmente superiori ad un totale depravato.
Un tempo questa è stata la casa di qualcuno, il regno di qualcuno. Fino a non troppo tempo fa, a giudicare dagli oggetti personali apparentemente ammonticchiati ma organizzati in un ordine misterioso. Due scatoloni di cartone al centro della stanza, appiattiti a far da letto e delle coperte irrimediabilmente sudicie ma ripiegate con attenzione e cura, segno che qualcuno era grato per quel riparo.
Forse era il palazzo di una principessa caduta in disgrazia che aveva abbandonato i suoi averi: un pettine, una spazzola di plastica, qualche pezza colorata e un paio di bottiglie d'acqua minerale vuote. Tutto quello che possedeva, oltre alla vecchia padella, il barattolo di maionese e un po' di sale. “Che imbarazzo..una casa piena di condimenti e niente cibo” - diceva un film, anche se in ben altro contesto. Però la metafora del condimento senza cibo ritorna identica: chissà, magari oggi è questa la misura dell'isolamento sociale di chi per qualche motivo non riesce più a prendersi cura di se stesso.
Eppure, al tempo e alla miseria erano resistite alcune tracce di vanità femminile: la visita del palazzo culminava infatti con la sala degli specchi. Che poi altro non era che una piccola stanza, con una particolarità: un modesto cedimento del soffitto proprio sulla cima dello specchio poggiato sul muro lasciava filtrare una luce magnificamente irreale. E poi, la finestra alle spalle..quello, semplicemente, era il miglior punto della casa per collocare uno specchio. Se non fosse stato per gli strati di polvere accumulati sul vetro per anni, la principessa avrebbe anche potuto osservare i lineamenti del suo viso. Ma forse non voleva, forse preferiva ricordarli come erano una volta.
Quando il tempo era bello, la sfortunata principessa poteva ammirare dalla sua terrazza l'imponente palazzo reale che dominava la vallata. E questa volta non si trattava di un castello immaginario, niente a che vedere con gli strani sogni partoriti della sua mente quando era strafatta. Quello esisteva davvero, lo chiamano il palazzo dei Normanni. Lì si narrava dimorassero ancora gli importanti signori del feudo, nobiluomini che, come molti altri, ignoravano l'esistenza della principessa miserabile che viveva a pochi passi dal loro palazzo.
Un manifesto, scritto a carbone sul muro appena prima di Natale, rivelava l'intenzione della nobildonna di abbandonare quel genere di vita e lasciava sperare che potesse davvero farla finita con le pere. Nessuno ha conosciuto l'epilogo della sua favola, ma difficilmente si è trattato di un lieto fine (segue..)
[contains spoilers] Una scena in particolare della serie tv The Walking Dead mi ha colpita: alcuni sopravvissuti si nascondono nei boschi dalle orde di zombie che infestano le città. E' notte e sono tutti intorno al fuoco. Una graziosa biondina lascia il gruppo per usare il bagno della roulotte. Com'è noto, allontanarsi dal gruppo in un film dell'orrore cosa sbagliatissima è: la ragazza mette solo un passo fuori dalla roulotte per annunciare che "è finita la carta igienica!" e viene sbranata da uno zombie insolitamente lesto. Avrebbe dovuto portarsi i fazzolettini da casa. Un po' come fanno le donne siciliane che sulla presenza della carta igienica nei bagni pubblici non hanno mai contato.
Ora, perché sto parlando di carta igienica e di morti viventi? Non lo so. In effetti inizialmente volevo di parlare di università.
Una notizia in particolare, fra tutte quelle riferibili ai disastrosi tagli ai fondi ordinari di scuola e università in Italia, mi ha colpita. Molti, fra insegnati, studenti e genitori, lamentano il fatto che non ci siano più soldi neppure per la carta igienica. Se non altro non c'è il rischio che saltino fuori Gelmini e Tremonti per divorarli, no, questo no. Però, forse gli intervistati provenivano da altre regioni, perché in Sicilia la carta igienica non solo è finita, non c'è mai stata. Mi sono laureata all'università di Palermo, ho frequentato scuole pubbliche siciliane e non conservo ricordo di alcun rotolo di carta igienica - mai.
Quando - storicamente - è finita la carta igienica? Non c'è mai stata la carta igienica, come non ci sono mai state molte cose fondamentali nelle nostre università. (segue...)
Lo incontro in viale delle scienze, un picciotto sui vent'anni, come ce ne sono a migliaia all'università di Palermo. Accento tipico, taglio di capelli alla moda, una faccia simpatica che Berlusconi potrebbe definire “abbronzata”. Non si direbbe che che Leone Mario non è di queste parti. “Io mi considero italiano - racconta - anche se non ho ancora la cittadinanza per problemi burocratici”.
Nato nello Sri Lanka da famiglia cingalese, Leone Mario vive a Palermo da quando aveva tre anni. Italiano per cultura, esempio di perfetta integrazione, il ragazzo studia all'università e fa l'istruttore di kick boxing ai bambini. Eppure, per la legge, non è ancora italiano. Nonostante abbia vissuto la maggior parte della sua vita - praticamente fin dall'asilo - nel nostro paese, è costretto a rinnovare il permesso di soggiorno ogni sei mesi.
In Italia, gli stranieri che risiedono legalmente almeno da dieci anni sul territorio nazionale possono ottenere la cittadinanza. Il ragazzo è a Palermo ormai da diciassette. In prefettura c'è la sua pratica, ancora aperta, e nessuno ha saputo indicargli una data precisa. "Ogni volta ce n'è una nuova, nuovi documenti da presentare, nuove file da fare, nuove tasse da pagare. Tutto sommato - conclude - allo stato conviene che continui a pagare una tassa ogni sei mesi piuttosto che dichiararmi cittadino".
L'episodio suscita più di un quesito ma non stupisce, visti i provvedimenti recentemente presi da sindaci leghisti che hanno portato ad affamare bambini (casualmente extracomunitari e in difficoltà). L'integrazione comincia a scuola e casi come quello di Leone Mario rappresentano ciò che in materia di immigrazione la Lega teme di più: il ragazzo è la dimostrazione del fatto che il melting pot è possibile ed è la vocazione che più si addice, per storia e tradizione, al nostro paese.
Oltre a fare l'istruttore il ragazzo ha lavorato come assistente e autista di un professore dell'università ormai in pensione. Un contratto a tempo indeterminato e pagamento di contributi Inps, "i documenti che servono, perché ho capito che non frega niente a nessuno se studio o meno”.
Nonostante le comprensibili enormi difficoltà che affronta un ventenne che lavora a tempo pieno e desidera anche studiare, i documenti non sono serviti: la pratica non è andata avanti. "Prima mi hanno detto che se non trovavo un lavoro sarei andato via dall'Italia. Ho fatto tanta fatica e tanti sacrifici, sono riuscito a lavorare e studiare contemporaneamente ma non è bastato, mi hanno detto seccamente che dovrò rinnovare il permesso di soggiorno entro fine agosto. A livello psicologico è stato devastante".
Nel suo quartiere, lo Zen, Leone Mario in passato ha dovuto sopportare qualche episodio di razzismo "è scuro, mi dicevano, e partiva la presa in giro. Ci stavo male, non sono di qui, sono diverso, mi sono detto. Poi però ho avuto modo di conoscere delle persone eccezionali che questa differenza di colore non la ritenevano importante. Perché mi consideravano parte del gruppo".
Con buona pace di chi sostiene che l'Italia non è un paese multietnico.
In una delle rinomate rosticcerie di Palermo, chiedo se per caso abbiano qualcosa che non contenga della carne. "Ci sarebbe questo, con il würstel", mi sento rispondere cortesemente. Anche se ho il sospetto che talvolta il würstel non abbia nulla a che fare con la carne, specifico che intendevo "solo vegetale".
Il più delle volte non ho fortuna, altre volte riesco a trovare una "ravazzata" con gli spinaci e la besciamella, o al limite un "pizzotto". Penso sia un peccato non offrire un'opzione vegetariana, visto che il numero di chi decide di non mangiare più carne cresce di giorno in giorno.
Il morbo della mucca pazza, che di recente ha registrato la sua seconda vittima in Italia, ha modificato i gusti culinari di molte persone e c'è da scommetterci, altri rinunceranno alle salsicce dopo il caso dei maiali contaminati. Sul libro nero degli alimenti anche le uova e a questo punto ci si può legittimamente aspettare uno scandalo che coinvolga il latte, presto o tardi.
In rosticceria come altrove, le cose si complicano se sei Vegan. Escludere dall'alimentazione ogni cibo di derivazione animale è la scelta "cruelty free" del Veganesimo. Chi sceglie questa filosofia dell'alimentazione lo fa per una questione etica e poi anche per la salute. "Non consumando proteine animali si sottraggono soldi agli allevamenti. I terreni coltivati a cereali vengono utilizzati quasi interamente per il bestiame e questo contribuisce alle crisi alimentari", secondo Diletta Di Simone - un'autorità nel mondo Vegan palermitano - è anche nostra la responsabilità della fame nel terzo mondo.
Sembra che il fondatore della filosofia vegan Donald Watson abbia tratto proprio dalle abitudini alimentari di alcuni agricoltori siciliani l'idea che il sostentarsi di soli vegetali garantisca lunga vita. "In Sicilia durante la Seconda guerra mondiale Watson constatò che la popolazione era in perfetta salute nonostante le privazioni". E pensare che mia nonna era convinta che il diabete le fosse venuto per via di tutte le arance che aveva mangiato durante la guerra (naturalmente c'erano solo quelle, per mesi) (segue)
Loud, vain, overweight, rude. Terrible weakness for gambling and gluttony. Easily corrupted gangsters, thieves and liars who strongly emphasize family ties while they can't stand each other and backstab constantly. Popular mithology and unfair stereotypes about the Italian American community have deep roots.
Though similar gangster stories have been told before in films, tv drama and games, "Mafia II" has recently hit a nerve with the US's largest Italian American heritage foundation. The popular action game was accused of "inappropriate and insulting perpetuation of the pervasive and denigrating stereotype of organized crime being the exclusive domain of Italian Americans".
Good people in real life far outnumber any bad apples: throughout the United States history, Italian Americans have made significant contributions in the Arts, in the field of education, science and innovation. Not to mention show business, sports, politics. The current Speaker of the United States House of Representatives Nancy Pelosi has Italian origins. Geraldine Ferraro, whose parents were Italian, was the first woman vice presidential candidate for a major American political party (segue..)
Si sente parlare da tempo della poca familiarità dell'italiano medio con il congiuntivo e dell'uso sempre meno frequente che se ne fa. Scommetto che chiunque ne ha almeno sentito parlare alle elementari. Sapete, quel tempo che si usa solitamente per esprimere ipotesi o dubbio quando la frase subordinata è retta da congiunzioni come - che, se, perché, affinché e così via.
La sindrome dell'impossibilità a coniugare il congiuntivo viene ironicamente definita "congiuntivite" ed è motivo di crescente preoccupazione fra i letterati che temono un progressivo imbarbarimento della nostra elegante lingua madre. Appelli, proteste, studi. C'è anche un blog, "salviamo il congiuntivo".
Però devo proprio dirvelo, o letterati, siamo messi male. Mi è capitata una cosa che mi ha fatto capire quanto ormai ci trovamo di fronte a un punto di non ritorno. Mentre parlavo utilizzando un registro certo non aulico ma senza dubbio grammaticalmente corretto, il mio interlocutore mi ha interrotta per correggere..un congiuntivo. Sì, per suggerire al suo posto un banalissimo tempo presente. Non credevo alle mie orecchie. Mi era già capitato in passato di notare sguardi perplessi quando si sceglie di usare un corretto uso della lingua al posto dello slang da chat, ma questo era un fatto nuovo, un segno rivelatore.
L'uso quotidiano della lingua che tutti noi facciamo si è dunque definitivamente imposto sulla nostra grammatica. E' così che si modificano le lingue e ho proprio paura sia un processo irreversibile. Se ritenuta idonea dalla maggior parte dei parlanti, allora la modifica sarà adottata. Con buona pace dei puristi delle lingue e dei nostalgici (inclusa me) che si ostineranno ad usare il vecchio e desueto congiuntivo almeno per un po'.
In un mondo in cui tutti hanno perso la testa, c'è chi la cerca affannandosi e chi invece è felice e leggero senza. Toni surreali per le figure essenziali che affermano prepotentemente la propria esistenza nello spazio confinato, eppure reso magicamente tridimensionale, di un muro bianco. La città universitaria di viale delle Scienze a Palermo mostra la nuova opera d'arte realizzata dal collettivo Vira-lata sul muro d'ingresso dell'edificio 14 sede della facoltà di Architettura.
In portoghese Vira-lata significa "senza razza definita" ed è un aggettivo solitamente riferito agli animali. Non a caso, il simbolo del duo formato da Elena Gisbert e Rebeca Ros è proprio un cagnolino. Non è la prima volta che le due ex studentesse dell'Accademia di Belle Arti di Valencia, in Spagna, collaborano con l'associazione culturale Punta Comune. Il presidente, Antonio Valguarnera, spiega come l'iniziativa sia nata da un'idea dei membri dell'associazione e da un suo personale obiettivo. "Il preside di Architettura Angelo Milone lì per lì non sembrava entusiasta dell'idea - racconta - La comprensibile motivazione del suo scetticismo era il timore che altri potessero seguire l'esempio, ma senza autorizzazione. Abbiamo reso molto chiaro, scrivendolo in evidenza, il fatto che questo murales sia stato promosso dall'Università degli studi di Palermo". Sembra ragionevole: in fondo, piuttosto che imbrattare i muri, perché semplicemente non domandare l'autorizzazione per realizzare un'opera d'arte? (segue..)
mi permetto di scriverti anche se non ci conosciamo. in fondo, visto che ti fai quasi quotidianamente i fatti nostri, sembra quasi naturale darti del tu. certo, non sono mai stata una cattolica modello, però sono una brava persona e non ho mai avuto nulla contro la chiesa né contro la religione, fino a pochi anni fa. devo proprio dirtelo benedetto, ci andavo anche in chiesa qualche volta, finché non ho conosciuto te. so che dormirai ugualmente stanotte ma volevo che sapessi.
sono molto contenta che abbiano ripulito la città di palermo in occasione della tua visita. Hanno svuotato finalmente i tombini stracolmi di tusaicosa, sì quelli che esplodono ogni volta che piove; hanno potato gli alberi che coprivano i cartelli stradali causando incidenti e hanno anche sostituito le lampadine fulminate. ma soltanto dove passavi tu. sono un po' gelosa devo dire. sai, mi hanno investita sulle strisce pedonali la settimana scorsa in pieno centro e solo perché quella strada non era illuminata dalla luce della tua santità: da anni i lampioni sono spenti, kaputt. se solo fossi stata sul tuo percorso, forse non avrei rischiato la vita. ma non ti preoccupare, tutto sommato sono miracolata anche se non posso dire sia merito tuo.
quanto al tuo discorso di oggi, per quel che ne ho sentito, avrei una domanda: ma ci credi veramente a quello che dici? non sarai tanto ingenuo da pensare che la mafia sia qualcosa di alternativo, un universo parallelo. la mafia è un modo di pensare, uno stile di vita che si impone con la forza ad una intera collettività. qualcosa ti suona familiare, eh?
capisco che sei straniero e che la città del vaticano sarà una noia mortale ma credo proprio che qui a palermo la digos abbia cose ben più urgenti che fare sparire striscioni e locandine. e immagino avrà avuto un gran bel da fare oggi. ti rendi conto che non ha senso parlare di mafia con questi presupposti, vero?
mi piaceva gesù, a suo modo era un rivoluzionario.
tu sei un vecchio conservatore nel peggiore dei modi.
rassegnati, benedetto: non piaci a nessuno
Esposizioni improvvisate e coloratissime, performance surreali e una lunga fila di passanti curiosi. La prima edizione di I Park Art ha movimentato il pigro sabato pomeriggio nel cuore di Palermo. Venticique artisti hanno letteralmente "parcheggiato" se stessi e le proprie opere sulle strisce blu adibite al posteggio delle auto.
Tramite il regolare acquisto del tagliando, scultori, pittori, fumettisti, performer, body-painter e fotografi hanno potuto occupare il suolo pubblico per esprimere la propria creatività ed avere la possibilità di esporre i propri lavori ai passanti. L'iniziativa, completamente autogestita e senza scopo di lucro, è stata un grande successo, soprattutto per una città come Palermo, considerata la proverbiale lotta quotidiana alla ricerca di un parcheggio. Come conferma Marianna Ippolito, dell'Associazione Errecubo organizzatrice dell'evento: "L'iniziativa si è svolta in molte città internazionali come Parigi, Lima, Città del Messico, Milano, Roma. Il maggiore successo finora si era registrato in Francia, con la partecipazione di 20 artisti. Qui a Palermo abbiamo fatto meglio, siamo venticinque" (segue..)
Una volta tanto il presidente del consiglio una cosa vera l'ha detta: "I giovani italiani, per affermarsi, non devono avere paura di andare all'estero". Non sa che la paura non è neppure un'opzione. I giovani, semplicemente, non hanno altra scelta
Caro diario,
sono andata via da Napoli nel 2006, per non tornarvi mai più. La scelta di lasciare la mia città non è stata così ardua in fondo. Avevo ormai 35 anni, una vita sfiancata dalla paura della fame alle mie spalle e nessun lavoro stabile all'orizzonte. Nessuno dei miei amici era rimasto in città: nel corso di quindici anni sono partiti tutti per cercare lavoro altrove. Anche il mio ragazzo mi aveva lasciata, spaventato proprio della mia instabilità lavorativa.
Grazie alla mia laurea in Lingue e letterature straniere moderne (olandese, inglese, spagnolo), la specializzazione in Linguistica e Glottodidattica e il master in Traduzione letteraria ottenuto all'università Lessius in Belgio, ero riuscita a lavorare saltuariamente in Italia come guida turistica. Ma anche per ottenere questo impiego sottopagato e in nero mi ero dovuta piegare e chiedere aiuto (si fa per dire) a qualcuna delle mie "conoscenze". Tuttavia, nonostante la mia preparazione, non sono mai riuscita a trovare lavoro come insegnante e continuavo a vivere da sola, sempre nell'incertezza, sempre nella paura.
La goccia che fece traboccare il vaso fu il fatto che dopo avere tradotto ed essere riuscita a pubblicare un libro grazie ad un progetto con un ente olandese (In Europa, di Geert Mak), compresi come andavano realmente le cose in Italia: non solo si è sottopagati ma non importa l'impegno che ci metti, né quanto sei bravo. A fine progetto continuavano a lavorare solo pochi traduttori "designati", ovvero sempre gli stessi nomi. Un modo chiuso, come per me è ora l'Italia.
Quando sono partita per l'Olanda non avevo nulla, a parte il bagaglio culturale che avrebbe dovuto aiutarmi a trovare un buon lavoro insieme ad una discreta conoscenza della lingua. Anche se ritardato, il mio progetto di vita poteva finalmente cominciare. L'inizio non è stato facile, il clima faceva schifo e gli olandesi non m'ispiravano molta simpatia. Ma quel poco che ho avuto, l'ho avuto dall'Olanda: tanto per cominciare, un appartamento in cui abitare, che non era il massimo ma costava poco e mi era stato assegnato per via di un piccolo handicap da cui ero afflitta. Dopo poco ho cominciato a ricevere offerte di lavoro e ad affrontare colloqui, cosa per me del tutto nuova. Altro aspetto piacevole ed inaspettato, le proposte romantiche degli uomini, cosa che in Italia (perlomeno a Napoli) non mi capitava da quando avevo superato i 30 anni. Sembrava dunque un buon inizio...
Sono subito entrata nel giro dei call center e ho cominciato a lavorare con esiti mediocri in questo nuovo girone degli accidiosi dell'inferno dantesco, prima al desk e poi come coach e trainer (non pagata). Ho lavorato anche come guida turistica. Sembrava andare bene finché una folle mi ha licenziata. Credo abbia capito che ero brava davvero (almeno quella è l'unica spiegazione che riesco a darmi). Ora cerco lavoro come docente sperando di riuscire a farmi convalidare la laurea italiana che qui non serve a nulla.
In Olanda la recessione economica non esiste: un'infinità di lavori, un sacco di soldi in giro, i prezzi sono gli stessi, i salari (quelli degli olandesi) sempre alti, le statistiche non sembrano cattive. Sì, si sente parlare di crisi, ma forse la cosa riguarda solo le ditte straniere. Quello che so è che io cerco ancora lavoro. Del resto, se la tua azienda ti lascia fuori a 39 anni diventa difficile trovare una nuova occupazione.
Ma non tornerei mai Italia, dove si fa la fame! Al mio paese penso ormai come a un piacevole luogo di vacanza. Però mi manca l'affabilità della gente, la cortesia, mi manca soprattutto quell'essere considerata con rispetto, con simpatia. In Olanda ho spesso la sensazione di essere solo "la straniera". Magari è solo una sensazione.
--The brain drain diaries raccoglie testimonianze reali di italiani all'estero--
In un episodio della serie Sex and the city, una delle protagoniste è infastidita da un operaio in strada che più volte le rivolge proposte indecenti. Esasperata, gli si avvicina con fare intimidatorio e gli urla in faccia in maniera altrettanto volgare incoraggiandolo a passare all'azione. L'uomo, evidentemente italoamericano, risponde imbarazzato: "Ci vada piano signora, sono sposato". Il più delle volte basta rispondere a tono per mettere in fuga il "macho a parole".
In un paese come il nostro, in cui il mito dello sciupafemmine è duro a morire, non sorprende dover constatare quanto la pratica della molestia verbale sia diffusa. Mi sono sempre e sinceramente chiesta se questi approcci abbiano mai suscitato l'esito sperato, diciamo dalla preistoria in poi. A me sembra che la maggior parte delle donne tenda ad ignorare chi li emette ma per qualcuna la situazione può diventare insostenibile e allora un apprezzamento non gradito può costare la vita al malcapitato.
Almeno così capita nella realtà virtuale. Sembra abbia suscitato polemiche l'uscita di "Hey baby", il videogame in cui un'eroina uccide a sangue freddo chiunque infastidisca le passanti. Tutto è nato dall'ironia di una studentessa canadese che, esasperata dagli uomini che la apostrofavano in metropolitana, ha deciso di vendicarsi ideando un gioco tradizionalmente maschile in cui ai maschi si spara senza esclusione di colpi.
I detrattori del gioco - ovvero coloro che si sono offesi - pongono la questione sul rischio di mettere sullo stesso piano un maldestro complimento, l'attività di uno stalker o peggio ancora uno stupratore. Si può cautamente affermare che ogni donna possieda una discreta capacità di distinguere i commenti, per quanto pesanti (caso in cui il lanciafiamme proposto dal videogame sembra francamente eccessivo) dalle molestie vere e proprie (segue...)